Messaggio del 10-06-2003 alle ore 23:21:40
I seguaci dell'Opus Dei e i preti operai hanno modi molto diversi di agire e poco diversi di vedere la religiosità.
Schweitzer ha dato solo un'interpretazione personale della cristianità, quindi va preso con le pinze. La cosa buona è che abbia parlato di Cristo nel bene e nel male perché, come sai, la discussione fa maturare gli uomini.
Sono d'accordo con te quando dici che sei più religioso di tanti, è una cosa che avevo già notato.
Messaggio del 10-06-2003 alle ore 22:30:22
scusa wag, ho scritto dean prima, ma x distrazione
ke io sia d'accordo con te o meno, ke io sia credente o meno, l'esistenza di dio lascia nella + completa indifferenza il sole ke continua a sorgere e tramontare, le piante, gli animali...questa idea turba solo noi umani, a quanto pare, e ammetto ke ci sono cose peggiori...
cmq sulla necessità di spiritualità sono d'accordo ank'io, anke se la mia idea di spiritualità è lontanissima dalla tua come dalle minkiate new age ke girano in questi tempi...anke professare il cattolicesimo di x sé nn dice nulla...i seguaci dell'opus dei e i preti operai credono nello stesso dio, ma ki lo direbbe?
cmq fondamentalmente io nn credo in nulla ma così facendo credo di essere + religioso di tanti...mi ha confortato leggere ke il grande albert schweitzer, medico musicista e filantropo cristiano, ebbe a dire ke l'esistenza di dio nn è affatto necessaria x vivere cristianamente...e ancora di + leggere testi buddisti mi ha fatto capire ke la religione è addirittura spesso incompatibile con l'idea di una qualsiasi divinità, e ke l'unica cosa ke davvero importa è la consapevolezza...
Messaggio del 10-06-2003 alle ore 21:15:14
Anch’io ho rispetto per chi non crede, anche se è difficile spiegare a chi non crede che Dio non è un semplice concetto. Non siamo noi a creare il concetto di Dio, ma è Dio stesso che si rivela in diverse forme. Il perché Dio si rivela a noi sotto una sembianza e ad altre culture sotto altre sembianze è un mistero, ma tra questi noi cristiani siamo più fortunati perché nel corso degli anni Dio in persona si è rivelato ad Adamo, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè etc. sotto diverse forme, difatti l’antico testamento parla di continue apparizioni di Dio e di Angeli. A questo punto possiamo darci le spiegazioni più fantasiose: Dio era un marziano, gli ebrei hanno fumato l’erba, si sono calati l’lsd e cose di questo genere, ma negli anni Dio continuò a parlare agli uomini e ad apparire fino a che nell’anno zero nella città di Betlemme nacque un certo Gesù.
Gesù era il Figlio di Dio che si manifestò agli uomini in carne ed ossa e fece numerosi miracoli per dimostrarlo: storpi che si raddrizzavano, ciechi che vedevano, sordi che sentivano, morti che risuscitarono, parabole, metafore, insegnamenti della Parola. Gesù Cristo predette molte cose, anche che sarebbe morto in croce e sarebbe risorto dopo pochi giorni. Così accadde e così i suoi discepoli (fin’allora increduli) cedettero che Egli era il Messia.
Nei testi profetici dell’antico testamento (scritti centinaia di anni prima della venuta di Cristo) c’è scritto di tutto su Gesù e su cosa avrebbe fatto. C’è scritto dove sarebbe nato, che miracoli avrebbe fatto, che sarebbe morto in croce, che sarebbe resuscitato, c’è scritto anche che gli Ebrei avrebbero perso il primato di popolo eletto e che Dio l’avrebbe dato ai pagani (gli attuali cristiani).
Forse potrai dirmi che anche nei testi sacri delle altre religioni c’è scritta la stessa cosa, ma nel cristianesimo è abbastanza diverso perché i miracoli (ovvero le prove dell’esistenza di Dio) succedono anche oggi. In duemila anni di cristianesimo ci sono stati milioni e milioni di miracoli e di fenomeni straordinari inspiegabili e uno di questi è conservato nella chiesa di San Francesco a Lanciano.
Il Miracolo Eucaristico di Lanciano è stato analizzato da esperti credenti e atei, i quali hanno scoperto che la carne è carne umana (una fetta di cuore) e il sangue è sangue umano dello stesso gruppo della carne: AB. Forse ti chiederai che c’è di strano? Assolutamente nulla, se non fosse che sia il sangue che la carne si conservano perfettamente dall’VIII secolo dopo Cristo senza coloranti né conservanti (non erano stati ancora inventati nel 700) e che ai giorni nostri si sarebbero già putrefatti dopo un massimo di tre giorni… Senza considerare che puoi benissimo consultare una scheda tecnica del Miracolo proprio su questo sito…
Lo so, questo miracoletto, in sé non significa nulla, ma vorrei solo che tu considerassi che anche se la Sacra Sindone fosse veramente un falso, dall’altra parte ci sono milioni di miracoli e di grazie ricevute spesso nascoste nel segreto di chi le riceve (in fin dei conti il cristianesimo è una religione quindi è un rapporto intimo con Dio) e dopo tutto puoi avere testimonianze di grazie e miracoli inspiegabili anche dai tuoi parenti, nonni, zii, amici etc. basterebbe solo che tu abbia l’umiltà di cercarli senza arroccarti fermamente sul pensiero: Dio non esiste.
Da un punto di vista filosofico tutto il cristianesimo e tutto quello che ho detto è una gran cazzata perché per metodologia lo studio di un oggetto ha le sue fasi: prima la comprensione e poi l’accettazione. È un principio valido su tutto fuorché sul cristianesimo (e se vogliamo anche sulle altre religioni) perché le fasi in questo caso sono invertite: prima si accetta e poi si comprende, un metodo che ha spaesato molti studiosi. Da un punto di vista razionale Dio è un marziano, la messa è un teatro, la comunione è un atto di cannibalismo, il Papa è un dittatore, ma perdonami, questi sono ragionamenti svuotati dall’esistenza di Dio e una volta che provi ad accettare con umiltà che Dio è presente nell’uomo e nei riti che comanda, la tua opinione cambierà da così a così e solo a quel punto comprenderai, perché come sai, Dio si nasconde ai superbi e si rivela ai semplici! A quel punto capirai anche che cosa intendo per vuoto, un concetto semplicissimo (altro che filosofia pura!) difficile da spiegare quando non ce l’hai dentro, perché quel pieno del quale parlo è l’amore di Dio che avverto dentro di me; una cosa ben diversa dall'amare/essere amato da una donna!
Non è vero che se Dio non esistesse non cambierebbe nulla perché come uomini siamo suoi figli creati a sua immagine e somiglianza. Il nostro corpo è una macchina perfetta come perfetta è tutta la natura che abbiamo intorno che a quanto pare è stata creata solo per noi. L’immagine di Dio che abbiamo in noi è innanzitutto l’intelligenza e la riflessione, due armi a doppio taglio che servono per scoprire la verità e per conoscere Dio, perché più si conosce Dio più lo si ama. Noi abbiamo bisogno di Dio come una fiume ha bisogno della sua sorgente e la storia dell’umanità è piena zeppa della presenza di Dio, dalla perfezione della natura al film 2001 Odissea nello Spazio.
È impossibile frenare la morale perché l’uomo è un animale religioso e abbiamo il timbro di Dio stampato nell’anima. Quando ero ateo divoravo chili e chili di Nietzsche, ma non sono riuscito a distruggere la morale che avevo dentro neanche a fargli un graffietto piccolo piccolo, fino a quando ho scoperto che il nichilismo (la totale assenza di valori) è impossibile, se solo Nietzsche avesse avuto l’umiltà di ammetterlo…
Il do ut des del quale parlavo l’ho già spiegato, ma la mano sinistra che non deve sapere cosa fa la destra è un’altra cosa: è riferito alla carità cristiana, quando la facciamo non ce ne dobbiamo vantare, mentre in un altro passo c’è scritto che di non mettere la lucerna sotto il moggio, che significa più o meno: quando ti chiederanno perché agisci così tu dirai che sei cristiano.
Non voglio disquisire di ideologie perché non ci ho capito nulla nonostante mi sia applicato abbastanza per capirle. So per certo che le ideologie non smentiscono l’esistenza di Dio come non la smentiscono l’alta istruzione, la tecnologia e la scienza perché nel corso della storia si sono alternati fasi razionali nei quali l’uomo è più importante di Dio e fasi spirituali nei quali Dio è più importante dell’uomo. Oggi come oggi, con il crollo delle ideologie siamo (spero) sul finire di una fase razionale. Quindi la prossima fase sarà spirituale.
Bakunin, tutto questo so e tutto questo provo a darti al momento, perché troppo spesso ho sentito pronunciare emerite cazzate sul cristianesimo, veri e propri luoghi comuni pronunciati a voce alta proprio da chi è (o si considera) intellettuale. È una cosa che faccio per fuggire dall’ozio, per esercizio, per divertimento e (perché no) per missione. E poi non sono Dean Corso e non frequento la Cattolica di Milano (magari!), l’ottavo comandamento dice: non mentire! Perché dovrei mentirti?
Messaggio del 10-06-2003 alle ore 15:16:29
dean ho molto rispetto di ki crede sinceramente, ma per me parlare di dio o del minollo di troisiana memoria ha lo stesso valore pratico...mentre i dottori della kiesa discutevano del sesso degli angeli, le armate musulmane erano sotto le mura di costantinopoli....
l'unico dio di cui si può parlare è un concetto, e pertanto siamo noi a crearlo..qs spiega perkè nei secoli ognuno ha creduto di vederlo dalla sua parte, buoni e cattivi, fedeli e infedeli...il dio di cui si parla normalmente nn è e nn può essere dio, ammesso ke esista, ma una serie di pensieri SU dio...e poi, ma se anke ipotizziamo ke dio nn esista affatto cosa cambia? perkè se uno crede ke allora nn ci sarebbe freno morale , vuol dire solo ke crede in una morale eteronoma e nn in un'etica legata al naturale armonizzarsi dell'uomo alle immutabili leggi dell'universo ke gli antiki filosofi indiani kiamavano rt ( cioè l'ordine universale) e quelli cinesi tao...
per quanto riguarda il do ut des, mi pare ke sul vangelo c'è scritto ben altro, tipo: non sappia la mano sinistra cosa fa la destra, e cose così
sul vuoto mi spiace dire ke la questione è un pò + complessa...c'è tutta una filosofia sul vuoto ke purtroppo la stragrande maggioranza ignora completamente, con il risultato ke essere pieni di false congetture ideologiche è reputata essere cosa positiva..casomai interessasse ci ritorno su questo
Messaggio del 10-06-2003 alle ore 14:05:16
Benissimo Mat, vedo che hai capito. Non tutti i cattolici sono positivi e non tutti gli atei sono negativi.
Non sono d'accordo sul punto che chi non crede non è vuoto, ma è un giudizio che esprimo per esperienza personale perché come sai sono stato un cattolico ipocrita, poi sono stato ateo e successivamente mi sono convertito, quindi riesco a percepire meglio cosa significa 'essere vuoto'.
Il piacere cristiano è un piacere paradossale come tutta la filosofia cristiana, quindi dare più di quello che ricevi significa non essere in armonia. Il dare per ricevere (do ut des, o qualcosa de genere) è paragonabile ad un'equazione perfetta di primo grado, poiché dopo che dai, ricevi in premio la stessa quantità dal Padre (la parte di tesoro che accumuli in cielo). Apparentemente, tutto questo può sembrare una grandissima stronzata perché non è razionale, ma posso dirti anche che non è felicemente spiegabile a chi non vive in Dio: 'amerai il prossimo tuo come te stesso', COME te stesso, non di più! In relazione a quello che riesci a dare, ovvero: l'equilibrio del quale ti parlavo.
Chi crede ha più fiducia in se stesso ed è vero, lo stesso concetto viene spiegato anche scientificamente (avere fiducia in Dio = avere fiducia in se stessi). Apparentemente questa spiegazione non è cristiana, ma paradossalemente tutta la scienza è una continua conferma della fede cristiana, un bellissimo modo per conoscerla meglio e credimi non c'è mai stato un solo scienziato anche ateo che abbia contraddetto la fede cristiana (la scienza è una delle sette virtù dello Spirito Santo! Basta saperlo). Quindi quello che dici è assolutamente vero sia da laico che da cristiano, con la differenza che il cristiano lo vive la fiducia in Dio sulla sua pelle.
Per non uscire fuori tema i vangeli ci riportano due passi che descrivono il rapporto tra Gesù e il vino: nell'ultima cena dove il vino (con il pane) diventa un sacramento e al banchetto di nozze di Cana, dove i padroni di casa avevano terminato il vino e Lui trasformò l'acqua in vino per puro piacere degli invitati (dare per ricevere) e come prova (una delle tante) che Lui è il Figlio di Dio.
Mat, forse ti sembrerà che wagner abbia sbattuto la testa sulla via di Damasco (!!!), ma da quando credo in Dio vivo un piacere, una gioia, una fiducia, una forza, una pienezza così intensi e così difficili da spiegare a chi non vive la stessa esperienza, perché da quando porto la mia croce mi sento rinato: l'ennesimo paradosso cristiano!
Messaggio del 10-06-2003 alle ore 01:06:34
il problema NN è ke la gente sia vuota..anzi, magari lo fosse.,..il problema è ke la gente è piena di stronzate fino all'orlo
Messaggio del 10-06-2003 alle ore 00:30:33
Tu parli da cristiano credente, io pur non essendo completamente "credente" sono cresciuto nei valori che tu hai nominato, e penso di conservarli tuttora. Nonostante abbia una visione diversa (ma non troppo in fin dei conti).
Non credi che ci possano essere positività anche al di fuori del cristianesimo?
Dire che chi non crede è "vuoto e ha paura di tutto" non mi sembra corretto. Anzi, è proprio chi ripone tutte le speranze nel "credere" significa spesso che non ha altro a cui appigliarsi, è una sorta di calmante. Sapere che lassù qualcuno ci ama ci risolve molti grattacapi, è la speranza dei disperati.
L'importanza del messaggio cristiano per me, non è tanto nel dio, ma nell'insegnamento del piacere del dare più che del ricevere.
L'equilibrio si può trovare semplicemente dentro di noi a volte.
La religione in certi casi è soltano un mezzo, non per cercare un dio, ma come fai capire dalle tue parole, per cercare e migliorare se stessi.
Io per persone positive intendo persone che sono serene con se stesse e con gli altri, che hanno spirito di solidarietà, altruismo, spirito d'iniziativa, onestà, voglia di migliorare se stessi e il mondo, e credimi.... di gente cristiana (cattolica) così ne conosco poca, tu sei uno dei pochi.
Messaggio del 09-06-2003 alle ore 20:13:15
Per me una persona positiva non è solo chi non beve, non si droga, non giudica e non tifa, ma chi domina i suoi istinti con l'aiuto di Dio, nonostante i problemi, che tutti abbiamo. Dio dà un significato profondo a tutta la nostra vita e riempie tutti gli spazi della nostra anima, anche quelli più piccoli e insignicanti. La fiducia che ho in Dio mi ha portato a risolvere molti problemi esistenziali che adesso non ho più e a vivere bellissime esperienze interiori che non puoi immaginare. Da un punto di vista razionale la vita del cristiano è un sacrificio assurdo e inutile, ma se solo provassi ad accettarlo e a viverlo seriamente e con tutto te stesso, la tua opinione cambierebbe da così a così. Non siamo fatti per CAPIRE il cristianesimo, ma per ACCETTARLO. Chi crede in Dio e mette in pratica la sua parola, ha una fiducia interiore di primissimo livello, aiuta il suo prossimo (l'unico modo per essere felice) e non ha paura della morte; chi non crede in Dio è solo e sfiduciato, è vuoto, ha paura di tutto e certamente non è una persona positiva. La sfiducia in se stessi (spesso, ma non sempre) porta alla depressione, all'alcol, alla droga, etc. E poi i non credenti (spesso) hanno un vuoto dentro che può essere riempito solo da Dio (e non dall'alcol). Tuttavia, ci sono persone credenti che vanno a messa tutte le domeniche e bevono, si drogano, tifano etc. Bene, quelli non sono veri cristiani in quanto non domano i loro istinti e ne soffrono. Oltre e questo c'è da dire che si può essere anche veri cristiani e bere e tifare con moderazione, perché questo è cristiano. Gli eccessi (ovvero i sette vizi capitali tra i quali c'è anche la gola, il bere) portano l'uomo all'infelicità e al negativo, poiché essere posivo significa essere il sale della terra, ma per arrivare ad essere il sale della terra occorre fare un cammino cristiano (a volte) molto lungo. Non ho la pretesa di essere positivo, ma ho scelto (e accettato) la vita cristiana. Dio mi dà una pienezza interiore che non so descrivere. Grazie a Lui riesco a domarmi con più facilità. Non bevo, ma ho ancora qualche eccesso e comunque seguo il mio cammino di fede. La fede mi ha dato molte risposte e, tra queste, la scoperta che quando mi controllo riesco a gioire e a darmi fiducia. Questo per me è essere postivo, una riflessione che ti dono, non per vanto, ma per esperienza.
Messaggio del 07-06-2003 alle ore 16:08:22
wagner non sono d'accordo con te. Conosco della gente che non beve, non si droga, non tifa e non giudica e non sono assolutamente persone positive, anzi a volte hanno problemi anche maggiori.
Messaggio del 07-06-2003 alle ore 16:03:27
Per correttezza:
L'alcol è un problema simile a quello delle droghe (leggi insoddisfazione).
Il tifo è sinonimo di una personalità debole che cerca la sua identità distruttiva in un gruppo di appartenza, come bande organizzate, etc. (leggi insoddisfazione)(psicologia sociale).
Il giudicare nel più dei casi significa giudicare se stessi in quanto è molto difficile capire gli altri, quindi gli si attribuisce un giudizio che riguarda se stessi. L'esempio del ragazzetto che giudica tutte le persone come stronzi è eclatante. Significa che lui stesso è lo stronzo (leggi insoddisfazione da stronzaggine).
In ultimo chi non beve, non si droga, non tifa e non giudica (tra le altre cose) è una persona in pace con se stessa e con tutti ed è vista dalla società come una persona positiva a differenza di chi beve, si droga, tifa e giudica (tra le altre cose).
Messaggio del 07-06-2003 alle ore 15:53:15
Ulteriore articolo trovato sul web
L'alcolismo nei giovani : alcune considerazioni pratiche dopo cinque anni di confronto personale con i giovani delle Scuole Superiori
E' difficile parlare d'alcolismo con i giovani; nella loro fascia d'età esso rappresenta il problema maggiore, ancor più del consumo di stupefacenti, eppure l'opera di prevenzione è paragonabile alle mitiche fatiche di Sisifo.
Io ho deciso di non esporre ai ragazzi, durante i miei incontri, i numeri delle statistiche di morti ed incidenti stradali associati ad abuso d'alcool; sono ben noti e proposti regolarmente dai mezzi di comunicazione.
Preferisco parlare di quello che comporta il consumo smodato di sostanza alcoliche e cercare di far capire loro che l'alcolista non è per niente una persona vestita malamente che barcolla contro i muri del centro città, sporco e maleodorante per la puzza di vino, ma esso è invece spesso un professionista come un avvocato o un medico oppure una casalinga. Essere alcolisti non significa questo: alcolista è colui che non riesce ad astenersi dal consumo smodato d'alcool e che è spinto in modo irrefrenabile a vuotare sempre il bicchiere che ha davanti agli occhi. Questa definizione implica perciò che alcolista è anche colui che abusa d'alcool una sera sola la settimana.
Il maggiore ostacolo che s'incontra nell'esporre i danni e le complicanze che accompagnano l'abuso di sostanze alcoliche risiede nel fatto che fin dagli albori della nostra civiltà il bere vino è stato sinonimo d'ospitalità e di felicità: si serviva vino quando un ospite arrivava in casa, si beveva vino nell'Olimpo degli Dei, si elogiavano le virtù del vino nei versi dei poeti dell'antica Roma.
In tempi più recenti, con l'avvento del cinema e della televisione, il bere alcool e in particolar modo superalcolici è associato ad un atteggiamento "vincente" e "da duro": avete mai visto James Bond o Hemphry Bogart sorseggiare un bicchiere di succo di frutta?
Il consumo d'alcool (al pari del fumare) diventa così fondamentale tra i giovani per dimostrare ai coetanei che si è "più grandi" di loro.
Come può, quindi, una sostanza che da secoli è ritenuta "buona" essere portatrice di una malattia definita "piaga sociale" ?
Questo è il primo scoglio da superare, dove i giovani vi aspettano al varco e soppesano ogni parola proferita: essere troppo intransigenti sull'argomento (usando le classiche frasi "l'alcool è in ogni caso un veleno" oppure "l'alcool in ogni caso fa sempre male") provoca un'immediata alzata di scudi da parte dell'auditorio e si ottiene come risultato di non fare pervenire ai ragazzi la parte importante del discorso.
Inoltre questo periodo dell'adolescenza è' stata acutamente definita l'età del "no": i modelli comportamentali cui la maggior parte dei giovani s'ispira sono per reazione tutti "negativi" (pensate solo a quante immagini o adesivi di Jim Morrison o Sid Vicious - personaggi che nessuno dei giovani d'oggi conosce veramente per quello che hanno rappresentato alla mia generazione - vedete attaccati agli zaini e ai loro diari).
Un aspetto molto importante del discorso risiede nello spiegare ai ragazzi che il consumo di birra conduce ugualmente all'alcolismo: i giovani, infatti, sono convinti che la birra sia un beveraggio non alcolico, ben distinto dal vino e dai superalcolici, una sorta di normale alternativa alla Coca-Cola. Nulla di più sbagliato. La birra, che contiene il 5% d'etanolo (una sostanza tossica che è alla base delle malattie causate dall'abuso d'alcool), viene consumata liberamente ed in abbondanza dai giovani proprio grazie al suo "basso" contenuto alcolico. Ma i giovani devono sapere che tutto l'etanolo ingerito viene smaltito a livello del fegato dove un enzima chiamato alcooldeidrogenasi provvede all'eliminazione della sostanza tossica: questo enzima può degradare al massimo 9 grammi d'etanolo in un'ora. Un sovraccarico d'etanolo dovuto all'ingestione di "innocente" birra è in grado perciò di saturare presto l'enzima. A questo si deve aggiungere che oggi il consumo di birra viene "incentivato" in occasione di feste popolari o all'interno di bar che oggi tendono ad importare una cultura del consumo di birra propria delle nazioni nordiche: "fiumi di birra" è lo slogan liberatorio che viene usato sui manifesti. Tutto ciò, oltre al fatto che la birra e gli alcolici siano una merce acquistabile liberamente nei negozi e nei supermarket, inducono i giovani a ritenere impossibile che l'alcool sia una sostanza tossica e che possa indurre a dipendenza psicofisica.
Un'altra convinzione da sfatare è quella che alcool ed acqua assieme siano meno "pesanti": nulla di più sbagliato.
L'etanolo, infatti, è insolubile ed il suo assorbimento a livello gastrico è veloce e può essere limitato solo dalla contemporanea assunzione di latte o cibi grassi che legano a sé le molecole d'etanolo; la sua diluizione invece (come avviene per esempio mischiando acqua e vino oppure usando whisky e ghiaccio) ne facilita il trasporto all'interno dell'organismo.
Come considerazione finale, il messaggio principale da far pervenire ai ragazzi è questo: non pensate di uscire dal problema alcool da soli. Solo, infatti, la consapevolezza di essere un alcolista e la conseguente richiesta d'aiuto ad un centro anti-alcool o ad un'associazione può portare alla risoluzione del problema.
La frase "bevo, ma posso smettere quando voglio" è solo una tragica illusione cui nemmeno più l'alcolista, con il tempo, crede più.
Messaggio del 07-06-2003 alle ore 15:51:04
HTTP://WWW.BENESSERE.COM/SALUTE/ALCOL/CAUSE_DELL'ALCOL.HTM
CAUSE DELL'ALCOLISMO
Molti sono gli studi fatti per stabilire le cause che portano all'etilismo. Le ricerche condotte su fratellastri hanno evidenziato che il rischio di alcolismo è maggiore nei soggetti che avevano un genitore biologico etilista e minore in quelli adottati. Un secondo studio ha considerato i figli di persone alcoldipendenti separate nei primi mesi di vita dai genitori e in seguito adottati e li ha rapportati con i bambini di persone non dedite all'alcol. Il risultato è stato che i primi, in età adulta, hanno presentato un rischio superiore di alcolismo rispetto ai figli di non etilisti. Altri studi sono stati fatti su campioni di età adulta che avevano avuto il padre alcolista e sono stati confermati i risultati, cioè che i figli di genitori alcolisti possono sviluppare più facilmente e più precocemente forme varie di etilismo.
La ricerca scientifica che si pone lo scopo di dimostrare con certezza una predisposizione genetica nei confronti dell'alcolismo, è ancora molto lunga, perché oggi non è ancora possibile dire questo con sicurezza: per ora possiamo soltanto affermare che esiste una certa familiarità nei confronti dell'abuso di alcol e che le diverse risposte soggettive all'assunzione condizionano la velocità di comparsa della tolleranza e della dipendenza.
Lo studio fatto sulle caratteristiche delle persone, nel tentativo di definire una personalità prealcolica, basati sulla valutazione di quei fattori psicologici che eventualmente porterebbero a una condizione di alcolismo, non hanno ottenuto risultati chiari. Siccome l'alcol modifica la personalità e le caratteristiche biofunzionali del soggetto, è difficile stabilire un nesso tra ciò che è l'alcolista e la persona che era prima, perciò non è ancora possibile stabilire se una persona con certe caratteristiche sia più o meno predisposta di un'altra a diventare un'alcolista.
Altrettanto difficile è definire la personalità alcolica, perché molto diverse tra loro sono le persone che bevono eccessivamente , differenti sono i modi , la qualità e la quantità delle bevande scelte e vari sono i fattori psicologici, fisici, di emarginazione, di angoscia, di reazione al sociale che contraddistinguono ogni alcolista. Forse l'unica costante è la tendenza a nascondere, anche a se stesso, la dipendenza, giustificandola per vergogna e convincendosi di poter smettere in qualsiasi momento: insomma l'alcolista tende a ignorare e a negare la sua condizione. Non essendo possibile definire in modo soddisfacente la personalità alcolica, ma, partendo dal presupposto che l'alcolismo è una malattia, valutando l'etilismo come un problema sociale e considerando i differenti aspetti comportamentali, le diverse dinamiche psicologiche delle persone e i cambiamenti personali in funzione della reazione dell'ambiente e del contesto in cui il soggetto si trova, è possibile però tracciare alcune tipologie di bevitore, distinguibili tra di loro per la condotta etilica:
Compulsivo
Gregario
Autistico
Solipsistico
Regressivo
Reattivo
Pulsionale
Alcol e disturbi psichiatrici
Tra le cause di alcolismo ci sono sicuramente le manifestazioni psichiatriche, infatti sovente l'abuso di alcol è secondario a una patologia psichiatrica.
Per diagnosticare questo tipo di alcolismo è necessario tenere il paziente sotto osservazione per almeno un mese e, se i sintomi continuano anche in condizione di astinenza, si tratta allora di un disturbo psichiatrico, sul quale si è innestato anche l'abuso di alcol. Certo non è facile la valutazione, perché il soggetto può essere condizionato dall'effetto dell'alcol anche nei momenti di sobrietà e perché l'alcol nel tempo modifica le manifestazioni della malattia psichiatrica stessa.
Questi soggetti possono guarire dall'alcolismo soltanto dopo aver risolto il disturbo psichiatrico. Le persone che stanno maturando problemi di ordine psichiatrico, spesso ricorrono all'alcol nel tentativo di ridurre l'ansia, la coscienza dei disturbi, tollerare l'isolamento oppure per cercare situazioni liberatorie e piacevoli: l'alcol diviene, insomma, una forma di autoterapia. Trattare questi pazienti è molto difficile, specialmente perché rifiutano l'approccio psicoterapeutico, psicofarmacologico e non vogliono la risocializzazione.
Alcol e disturbi psicologici
I disturbi affettivi, presenti in tutte le malattie mentali, sono sovente all'origine dell'alcolismo.
Depressione
Spesso è la conseguenza dell'alcolismo, ma in molti casi rappresenta la causa dell'insorgenza dell'alcolismo
Tristezza
Porta sovente alla ricerca di meccanismi di sollievo come l'alcol, che diventa o il mezzo euforizzante o lo strumento di autodistruzione e di punizione
Nevrosi isterica
Il soggetto tende alla trasformazione simbolica sul piano somatico dei conflitti interni, quindi tende a cambiare idee e sentimenti, trasforma i propri affetti in comportamento (svenimenti, sceneggiate...), cambia umore spesso, vuole essere al centro dell'attenzione senza sforzarsi troppo, seduce ma senza impegno, manipola la realtà, ha un atteggiamento irritante e lotta fra un bisogno di dipendenza e sottomissione e uno di affermazione. Questa è la condizione tipica dell'alcolista, che tende a esteriorizzare i problemi interni nel gesto del bere, perciò le sue difficoltà si concretizzano nell'atto e diventano più affrontabili e risolvibili
Nevrosi fobica
Le paure e l'ansia, il continuo stato di allarme, diventano i fattori che scatenano l'abuso di alcol per il suo dubbio effetto ansiolitico, perciò il bere fino allo stordimento diventa un efficace palliativo
Nevrosi ossessiva
La rigidità di pensiero, l'incapacità di andare oltre il particolare e di collegare più elementi per formare il tutto, la rigidità emotiva, il tentativo di sostituire i sentimenti con la razionalità, le crisi persecutorie, di spersonalizzazione e di rabbia caratterizzano le persone affette da nevrosi ossessiva e queste abusano con l'alcol in quei momenti di particolare ansia , e alternano periodi di consumo con tentativi di recupero per il timore di perdere il controllo della situazione.
Ansia
L'alcolismo è probabilmente la principale conseguenza del disturbo da ansia generalizzata, situazione caratterizzata da una sensazione di allarme continua, come se dovesse accadere qualcosa da un momento all'altro, da tremori, contratture muscolari, da irrequietezza motoria, da formicolii, da battito cardiaco accelerato, da una sensazione di soffocamento.
Attacchi di panico
Si verificano crisi di terrore non scatenate da alcuna particolare situazione, così "a ciel sereno", L'alcol, in questi casi, funge da calmante, procura un temporaneo sollievo tanto che questi pazienti non affrontano certe situazione senza prima aver bevuto qualcosa.
Disturbi della personalità
Causati essenzialmente da un atteggiamento troppo rigido, non adattivo che causa una significativa compromissione nei rapporti sociali e lavorativi, sono di frequente associati all'abuso di alcol.
Disturbo antisociale
Le persone che hanno un comportamento irresponsabile e antisociale, che non accettano le regole, anzi tendono a infrangerle volutamente, assumono spesso l'alcol e ne abusano, questo proprio per identificarsi in un modello di vita antisociale e quindi ricco di elementi come la rissosità, la promiscuità o l'aggregazione in bande; in genere appartengono a questa categoria i giovani al di sotto dei 30 anni incapaci di sostenere un'attività lavorativa stabile e continuativa, irritabili e aggressivi. Questa particolare situazione presenta una certa familiarità, infatti è possibile ereditare dall'ambiente familiare la predisposizione al disturbo e la tendenza all'etilismo.
La timidezza
In alcuni soggetti giovani la timidezza, il timore di un giudizio negativo, il disagio sociale, le insicurezze sono i punti di partenza per l'abuso di alcol, che ha, per loro, una funzione di facile conforto. A questa categoria appartengono quegli alcolisti chiusi e introversi, che trovano nell'alcol il coraggio per esprimersi, per farsi valere, per manifestare quanto è represso, per partecipare alla vita rimanendo comunque in disparte.
Altri disturbi
Ci sono persone che bevono perché si sentono sempre in uno stato di tensione elevato, generato dal timore, immotivato, di essere sfruttati o danneggiati, mentre altri bevono perché sono troppo sottomessi e dipendenti, indecisi e a disagio di fronte alle critiche. Facilmente predisposti all'alcol sono le persone sempre alla ricerca di attenzioni, di lodi, di rassicurazioni, di compagnia e incapaci di tollerare le frustrazioni. Il soggetto narcisista, che va incontro a crisi di rabbia e a umiliazioni non espresse, che ha una grande autostima, tendenzialmente rifugge l'alcol, ma saltuariamente incorre in eccessi alcolici.
La psicoanalisi nella valutazione dell'etilismo, oltre a basarsi sulle considerazioni di carattere psicologico e comportamentale, si avvale di test psicometrici, di test di personalità e di test di efficienza. Tutto questo può essere utile soprattutto nel primo approccio terapeutico e anche per una valutazione oggettiva dei cambiamenti che una persona fa nel tempo con eventuali progressi o regressi.
Alcol e fattori socio-ambientali
Il fenomeno dell'alcolismo è sicuramente influenzato da fattori ambientali, professionali, culturali ed economici. Esiste una correlazione tra l'ambiente in cui si vive e il bere, per esempio nelle zone a produzione vinicola il consumo di alcol è essenzialmente sottoforma di vino, nelle zone urbanizzate si bevono birra e distillati. Comunque deve essere considerato anche come il comportamento delle persone nei confronti della bevuta eccessiva sia diverso tra la campagna e la città.
Alcune professioni possono indurre più di altre all'abuso alcolico:
Il lavoro contadino, che per tradizione attribuisce all'alcol qualità energetiche e protettive, facilmente stimola il consumo eccessivo.
La pronta disponibilità di bevande alcoliche, come accade ai produttori, ai viticoltori, ai distillatori etc., può indurre al consumo eccessivo
La fatica, i ritmi elevati di lavoro, la monotonia o la scarsa valorizzazione del lavoro sono situazioni che aiutano a giustificare un grande consumo di alcolici.
Sembra che gli addetti ai bar, i commessi viaggiatori, i rappresentanti e persone che per lavoro sono a contatto con il pubblico siano particolarmente esposti al rischio, non potendo rifiutare un bicchierino offerto.
La condizione socioeconomica influisce sulla condizione di alcolismo sia direttamente per la scarsità di mezzi economici necessari per una vita dignitosa e soddisfacente, sia per la difficoltà a trovare realizzazioni personali. Bisogna però considerare che l'alcolismo nelle classi sociali più agiate sovente viene occultato e viene curato in cliniche private specializzate ed estremamente riservate.
Alcol e cultura
Per analizzare l'influenza della cultura nei confronti della condotta alcolica, è opportuno suddividere in 4 modelli la varie culture.
La cultura dell'astinenza: è caratterizzata dalla proibizione assoluta, per motivi religiosi o di tradizione, di bere alcol e la disubbidienza a questo principio è un'infrazione grave. e passibile di condanna .Questo succede nei paesi musulmani, di religione induista, tra i mormoni, dove il bere è un fenomeno raro, ma esiste comunque il bere clandestino come mezzo di ribellione, Negli ultimi anni anche in queste popolazioni l'alcolismo sta diventando un problema piuttosto rilevante, soprattutto fra i giovani.
La cultura ambivalente: caratterizzata dal forte contrasto tra la valorizzazione del non bere e la disapprovazione totale del bere, è rappresentata, per esempio, dal modello statunitense. In questa cultura viene prodotta la bevanda alcolica, venduta e celata in un sacchetto, che assume l'aspetto di un marchio di vergogna e di uno strumento di colpevolizzazione. Gli Irlandesi, per esempio, disapprovano l'alcol, ma considerano la capacità di reggerlo come un segno di virilità e di resistenza.
Nella cultura permissiva esistono delle norme che regolano l'assunzione di alcol, infatti si beve durante le feste, le cerimonie, durante i pasti, ma con limiti di orario e di quantità. Esiste una certa intolleranza nei confronti dell'ubriachezza e del comportamento correlato al bere smodato. In questa cultura si colloca quella italiana, spagnola, portoghese ed ebraica, dove l'alcolismo è variabile in rapporto ai controlli che ne limitano l'eccesso. Alcuni sostengono che dove i divieti sono meno forti, i casi di alcolismo siano meno numerosi.
La cultura ultrapermissiva è caratterizzata da un atteggiamento favorevole nei confronti dell'alcol. E' tollerato ubriacarsi in pubblico, tranne nei casi in cui ci siano comportamenti violenti o sessualmente aggressivi. La Francia appartiene a questo tipo di cultura, in cui si accetta l'ubriachezza pubblica, ma si viene a creare una situazione caratterizzata da una maggiore incidenza dei problemi correlati con l'alcol.
Da recenti studi è emerso che la popolazione italiana presenta in grande maggioranza bevitori asintomatici, cioè che non presentano nessun problema alcolcorrelato e un basso numero di alcoldipendenti. Gli italiani educano i figli all'uso moderato dell'alcol, incoraggiando il bere durante i pasti e in famiglia e tendenzialmente colpevolizzano l'ubriachezza. Nei paesi anglosassoni invece tendono a dissuadere gli adolescenti dal bere, ma poi apprezzano orgogliosamente la capacità del maschio di sopportare bene grosse quantità di alcol.
Oltre a questi diversi modelli culturali, bisogna tener conto del valore che viene dato all'alcol. In alcuni paesi, come l'Italia, l'alcol è considerato come un dissetante e un nutrimento, mentre in altre culture ha un valore di euforizzante. Purtroppo tali tendenze culturali stanno prendendo piede anche nel nostro paese. Questa valenza diversa determina profonde differenze in termini di controllo culturale sui consumi di alcol: infatti, se si beve per dissetarsi, il consumo di alcol termina quando la sete è soddisfatta e il controllo della quantità è in parte affidato alla natura, mentre se la ragione del bere è la ricerca dell'euforia che questo può produrre, si pone il problema di regolare l'uso della sostanza che ha sicuramente effetti tossici.
L'uso di alcol è per tradizione e cultura sempre stato di prerogativa maschile, mentre il consumo femminile è sempre stato correlato a credenze e condanne, basta ricordare la credenza una volta diffusa, dell'acidificazione del vino se toccato da una donna in periodo mestruale. Addirittura la pubblicità attribuisce a certe bevande, come per esempio gli amari, caratteristiche di forza e di virilità, Inoltre l'alcol, nelle culture occidentali, è sinonimo di forza tanto che una persona viene considerata tanto più potente quanto meglio lo regge e l'astemio scatena spesso idee di diversità del tipo "se sei un uomo devi bere". Viene classificato socialmente anche il tipo di bevanda bevuta, diminuisce infatti il consumo del vino, collegato al ceto contadino, e aumenta l'uso del superalcolico per evidenziare il distacco generazionale tra il padre e il figlio evoluto, che beve liquori in discoteca o al bar. Il bevitore di birra è considerato il più gioviale e il più buono e la sua figura spesso è collegata alla persona obesa e gioviale. La birra e il vino sono associati a un modo di bere in compagnia tra canti e risate, mentre il superalcolico rappresenta un modo di bere solitario, nevrotico e triste. Al gesto del bere sono collegati valori socializzanti, e i luoghi del bere sono visti come luoghi di incontro nei quali è possibile sviluppare e mantenere solidarietà fra le persone. Tutti questi principi folcloristici e culturali accompagnano il bere e fanno di questo un uso comunemente accettato dalla società: non possono essere considerate come cause di alcolismo, ma sicuramente possono favorire e incrementare il consumo e l'abuso di bevande alcoliche.
E' opinione condivisa da molti che la pubblicità incida notevolmente sul consumo di alcol, soprattutto nei paesi con forti interessi in questo settore, dove la spesa per la pubblicità è nettamente superiore a quella destinata alla lotta contro l'alcolismo. I messaggi sono rivolti specialmente ai giovani e alle donne, tanto che su riviste prettamente femminili c'è stato un aumento della pubblicità specialmente nei confronti di birre e di superalcolici. La pubblicità tende a proporre nuovi valori nell'uso delle bevande alcoliche facendo ricorso a modelli di comportamento come l'associazione simbolica di alcol e ricchezza, di alcol e sesso o di alcol e salute. Naturalmente questi messaggi hanno azione soprattutto sul debole, che ha bisogno di un esempio con il quale rapportarsi e a cui ispirarsi e che può così diventare un potenziale alcolista.
La sovrabbondanza e il prezzo accessibile a molti delle bevande alcoliche in commercio sono un incentivo al loro consumo, inoltre anche l'acquisto nei grandi centri commerciali in modo anonimo contribuisce in parte a stimolare l'uso dell'alcol.
La famiglia
La famiglia sembra avere un ruolo importante nell'alcolismo maschile, soprattutto quando c'è un padre alcoldipendente. L'alcolismo femminile non è necessariamente collegato a un padre con il problema dell'alcol, piuttosto basta una figura paterna autoritaria, iperprotettiva, severa e che mostri una esagerata predilizione per la figlia a spingere una donna, con un bere già problematico, ad eccedere. Si può pensare che nell'infanzia si determini una predisposizione, una potenzialità che potrebbe concretizzarsi oppure non emergere mai in età adulta, a seconda dell'entità dei conflitti e dei fattori esterni. Il maschio alcolista cresciuto in un nucleo familiare di questo tipo cerca la moglie iperprotettiva e più anziana in grado di dargli un rapporto di tipo materno. La donna spesso sposa un bevitore, pur sapendolo prima, nel tentativo di riprodurre la schema familiare già vissuto e convinta di poterlo correggere.
In un figlio di genitori alcolisti gli esiti e le conseguenze sullo sviluppo sono di varia natura e molteplici, riassumibili in:
problemi di identificazione, di socializzazione e di scarso adattamento in adolescenza
disturbi della propria immagine con manifestazioni a volte di natura fobica, ipocondriaca o isterica
disturbi di elaborazione dell'aggressività, che può essere portato, in età adulta, a scaricare in modo diretto o indiretto e a smorzare questa inconciliabile situazione di ambivalenza, bevendo in eccesso
disturbi dell'affettività per il messaggio contrastante e confuso dato dal padre a livello di affetto che spesso porta ad un'alleanza con la madre e a una dipendenza, quando lei è possessiva, o a una crescita rapida e anomala nella fase evolutiva, quando lei lo spinge a diventare grande velocemente.
Conclusioni
Le cause che generano il fenomeno dell'alcolismo sono veramente molte, tanto che risulta impossibile stabilire con certezza fattori causali predisponenti più di altri. Certamente esiste un'insieme di più fattori socioculturali e psicologici alla base del problema. Su questi interviene poi l'effetto della sostanza, che costituisce il terzo elemento di grande importanza nel decidere di continuare a bere. L'alcol può essere considerato come il mezzo per sostituire o prolungare una situazione carente, può essere il mezzo per sentirsi disinibiti, euforici, tranquilli, per non sentire dolore, per socializzare meglio o perché è un uso comune. I motivi che inducono una persona a bere sono diversi e contrastanti fra di loro, dipendenti esclusivamente dalla propria personalità. Unica condizione costante è che l'uso continuato di alcol induce una diminuzione delle capacità mentali e razionali di una persona sfociando nel tempo in una vera e propria modificazione dell'Io. Il senso di critica cala, il controllo diminuisce e si accentua l'incapacità ad uscire dalla dipendenza e i vuoti che l'alcol crea nello stesso tempo li riempie. L'alcolismo cronico ruba insomma tutte le caratteristiche di una persona, facendola regredire sino ad acquisire significativi comportamenti infantili come la ricerca di una continua soddisfazione e la passività. Questo processo accomuna gli alcolisti, che arrivano ad assomigliarsi tutti, proprio per l'effetto di spersonalizzazione determinato dalla sostanza.
Il processo di alcolismo si basa su 3 punti essenziali:
l'alterazione delle percezioni ambientali del soggetto determinate dall'alcol
il soggetto modifica l'ambiente sia direttamente che indirettamente
l'ambiente influisce sulla persona e gestisce l'attrazione nei confronti dell'alcol
Unico modo certo per uscire da questa grossa dipendenza è l'intervento terapeutico mirato a valutare e ad affrontare tutti e 3 questi fattori che si influenzano fra di loro, si rinforzano fino a causare l'alcolismo.
1 - Alcoldipendenza
L'Alcoldipendenza o Alcolismo è un fenomeno che si verifica in una percentuale di consumatori di alcolici ed è caratterizzata dall'impossibilità di smettere l'uso di alcol, nonostante la persona si renda conto che quella sostanza (alcol etilico) le fa male e che quindi voglia smettere di assumerla. In altre parole, quella persona si trova ad essere schiava dell'alcol e a non poterlo più controllare.
Possiamo fare diagnosi di dipendenza alcolica se ci troviamo in presenza di almeno tre o più delle seguenti caratteristiche:
1. Bisogno di dosi sempre più elevate di alcol per raggiungere l'effetto desiderato (aumento della tolleranza o assuefazione).
2. Comparsa di malessere (fisico e/o psichico) se la persona non beve (sindrome di astinenza).
3. Impossibilità di controllarsi nel bere.
4. Desiderio persistente della sostanza e impossibilità di ridurne l'uso.
5. Continua ricerca della sostanza fino ad arrivare al punto che gran parte del suo tempo viene speso in questa ricerca o per riprendersi dagli effetti dell'intossicazione.
6. Interruzione di attività lavorative, ricreative, contatti sociali, a causa dell'uso della sostanza.
7. Persistere nell'uso della sostanza nonostante la consapevolezza delle conseguenze negative (fisiche, psichiche, sociali).
1.1 - Le conseguenze dell'Alcolismo
L'alcolismo si sviluppa progressivamente in un periodo di tempo più o meno lungo (di solito anni) e comporta una serie di conseguenze a livello fisico, psichico e sociale. I danni possono colpire qualunque persona, di ogni età sesso e ceto sociale e possono colpire vari settori della vita di una persona. Possiamo parlare infatti di:
Danni fisici epatici, neurologici, cardiaci, sessuali ecc.
Danni psichici ansia, depressione, psicosi, disturbi di personalità ecc.
Danni sociali perdita di lavoro, divorzi, violenza sui minori, incidenti stradali, infortuni sul lavoro ecc.
1.2 - Le cause dell'Alcolismo
Fino a non molti anni fa si pensava che l'alcolismo fosse un vizio, cioè un comportamento volontario negativo e quindi moralmente riprovevole.
Negli ultimi anni invece è apparso sempre più evidente, in seguito al progresso delle conoscenze scientifiche sull'argomento, che la dipendenza da alcol è dovuta non tanto alla mancanza di volontà del soggetto, ma ad una serie di fattori che possiamo raggruppare in:
fisici genetici, metabolici, neurologici
psichici disturbi psichici di varia natura che provocano sofferenza e facilitano la ricerca dell'alcol come conforto
sociali cultura del bere, pressione sociale, abitudini e stile di vita.
Ciascuno di questi fattori, da solo, non è in grado di creare disturbo e quindi, perché il problema si manifesti, è necessario che siano contemporaneamente presenti più fattori come condizione predisponente e che sopravvenga una causa occasionale scatenante. Una volta che il disturbo è apparso, il suo mantenimento sarà reso possibile da altri fattori, cosiddetti perpetuanti, vale a dire da fattori che contribuiscono a far continuare il legame del soggetto con l'alcol.
1.3 - Vizio o malattia?
In base alle nuove conoscenze, sappiamo che il soggetto dipendente da alcol non ha più il controllo volontario sulla sostanza. I suoi comportamenti sono dettati da meccanismi che scattano automaticamente e lo rendono schiavo impedendogli di staccarsi dalla sostanza, anche quando lui stesso si rende conto che è indispensabile farlo. E' per questo motivo che attualmente gli studiosi considerano l'alcolismo una malattia e non più un vizio.
Nel vizio è il soggetto che controlla l'alcol, nella malattia è l'alcol che controlla il soggetto.
1.4 - Si può curare l'Alcolismo?
Un tempo l'alcolismo, essendo considerato un vizio, veniva solo biasimato e condannato. Ora che è apparso chiaro che si tratta di una malattia, viene affrontato come tutte le altre malattie, cioè con la ricerca di rimedi efficaci per risolvere i tanti danni che provoca sia all'individuo che all'intera società.
Negli ultimi anni sono stati sviluppati molti programmi terapeutici che si sono sempre più affinati, permettendoci di vedere risultati concreti che un tempo erano impensabili. E questi risultati costituiscono una realtà per tante persone che riescono a trarne beneficio e una fonte di speranza e di incoraggiamento per quanti sono ancora in preda alla dipendenza, ma che vogliono venirne fuori.
Possiamo quindi affermare senza dubbio che l'alcolismo si può curare, anche se questo non significa che sia facile farlo. Questa malattia è caratterizzata infatti dal rischio costante di ricaduta, per cui non basta smettere di bere, ma è fondamentale non ricominciare a farlo. Smettere può non essere difficile, ma continuare a restare in sobrietà non è altrettanto facile.
Perché una persona possa curarsi è indispensabile che abbia la spinta giusta a farlo, che sia cioè motivata correttamente. La motivazione scatta quando una persona si rende conto che l'alcol costituisce un problema e che non riesce a risolverlo da sola. Constata che la sua vita viene pesantemente condizionata da quella dipendenza e che i problemi che ne derivano gettano la persona stessa e chi le vive accanto in un vero e proprio inferno. Arriva un momento in cui non è possibile andare avanti a vivere in quel modo. Questo è il momento giusto per smettere. Per alcuni, purtroppo, questa consapevolezza non si verifica o arriva troppo tardi, quando i danni sono ormai irreversibili.
Spesso la persona può tentare da sola di smettere ma, se non ci riesce, non deve demoralizzarsi, perché questa malattia è una "piovra" soffocante che lo sovrasta; allora è necessario chiedere aiuto ad esperti che possano fornirle tutto l'appoggio e le conoscenze per uscire dal problema.
Messaggio del 07-06-2003 alle ore 15:49:29
Quello che ho detto nel mio post sull’alcol sono conoscenze che vengono da amici operatori in comunità di recupero per tossicodipendenti, alcolisti anonimi oltre che ex tossicodipendenti recuperati ed ex alcolisti.
Per maggiori dettagli scientifici sull’alcol vi consiglio di leggervi questi tre articoli trovati sul web.
I giovani e l'abuso di alcool
(Aspetti psicologici e preventivi)
di Roberta Senatore Pilleri
(e-mail: [email protected])
In passato gli alcolisti erano visti come peccaminosi, depravati, edonisti, responsabili della loro situazione (modello morale). Oggi il modello della malattia ha tolto all'alcolista ogni responsabilità perché viene visto come un individuo con una predisposizione alla dipendenza. Grazie a numerosi studi (sugli animali, sui gemelli dati in adozione a famiglie diverse, studi longitudinali) sappiamo, infatti, che i motivi che portano alla dipendenza da alcol sono vari e interagenti , legati ad una predisposizione genetica e a fattori ambientali.
Particolarmente illuminanti sono stati gli studi longitudinali condotti negli anni '80 negli Stati Uniti (Zarek e coll, 1988; Donovan e coll., 1983), dai quali é che solo una piccola parte di ragazzi che nell'adolescenza fanno uso di alcol diventa dipendente. Valutando, infatti, negli stessi soggetti, l'abuso di alcol nell'adolescenza e successivamente nei primi anni dell'età adulta è stato possibile constatare che il 53% dei maschi e il 70% delle femmine non presentavano più, al termine dei sette anni di studi, una tendenza all'abuso e che coloro che continuavano ad abusare di alcol, presentavano alcune caratteristiche psicologiche preesistenti al loro stato quali insufficienti prestazioni scolastiche, eccessiva importanza all'autonomia, scarsa capacità a dominare i propri comportamenti problematici, elevata tendenza ad accettare i comportamenti socialmente inaccettabili.
In sintesi i dati più rilevanti di questi studi indicano che i maschi sono più esposti delle femmine al rischio di abuso e che i più esposti sono i ragazzi emotivamente labili, con personalità antisociale o che vivono in famiglie in cui regna un clima conflittuale e che non trovano al di fuori della famiglia dei punti di riferimento. Considerando i legami che uniscono la personalità antisociale e l'abuso di alcol, particolare attenzione dovrebbe essere rivolta ai ragazzi con disturbi della condotta perché più esposti a presentare disturbi antisociali di personalità.
Ma come possiamo prevenire queste forme di disagio?
Chiaramente tutte le forme di prevenzione sono valide, ma la prevenzione primaria deve essere privilegiata e deve iniziare molto precocemente, non appena le capacità cognitive lo permettono. Le influenze dei genitori e degli adulti in genere sono preminenti nei processi di socializzazione che si verificano negli anni della fanciullezza. Negli anni adolescenziali, invece, i messaggi educativi sono meno efficaci perché sono più forti le influenze dei coetanei e le spinte oppositive verso il mondo degli adulti in genere. A questa età è molto utile continuare un'educazione alla salute già iniziata nel precedente ciclo delle scuole elementari e discutere con gli adolescenti i rischi a cui le droghe espongono nel ciclo della vita (ad es. durante la gravidanza l'uso di droghe, tra cui l'alcol, espone il futuro nascituro a gravi rischi).
La prevenzione migliore deve essere basata, oltre che su una informazione precoce, su legami familiari saldi e sicuri. E' nella prima infanzia che il bambino acquisisce quella sicurezza di base fondamentale per il suo sviluppo e quelle certezze di essere accettato e amato, necessarie per la costruzione della sua personalità.
Secondo il Children's Defence Fund (in Packard, 1985), i bisogni fondamentali di tutti i bambini sono essenzialmente cinque :
- essere desiderati e accettati;
- continuità di rapporti con i genitori;
- avere una guida attenta nell'affrontare i problemi della crescita;
- ricevere messaggi rassicuranti;
- sapere che ci sono dei valori saldi e sicuri nel mondo in cui vivono.
Pertanto, il bambino deve sentire e cogliere l'affetto delle proprie figure d'attaccamento e deve essere compreso (nel senso che la madre, o chi per lei, deve essere sensibile ai suoi segnali verbali e non verbali) e guidato nell'affrontare i cambiamenti ambientali e le difficoltà piccole e grandi della vita (concetto di base sicura). Tale modalità educativa, oggi, è basilare. La nostra società vive repentini e drastici cambiamenti, che hanno spezzato antichi equilibri e che hanno inciso non solo nella vita degli adulti, ma anche in quella dei bambini; i sistemi educativi , infatti, sono profondamente cambiati e pur considerando gli influssi positivi delle recenti acquisizioni psicologiche, che hanno contribuito a salvaguardare e proteggere l'infanzia, il mondo infantile, oggi, sta attraversando una profonda crisi.
Riassumendo i risultati di numerosi studi, Schaffer (1998) ha indicato come rilevanti nel rapporto genitori-figli due dimensioni bipolari di interazione: controllo-autonomia e affetto-ostilità. La combinazione di questi valori determina, secondo Schaffer, quattro atmosfere educative. Per esempio, la combinazione affetto-autonomia è caratterizzata da un clima educativo protettivo nei riguardi dei piccoli, sin dalle prime fasi del loro sviluppo. I genitori sono infatti presenti e vigili, ma nel contempo favoriscono l'esplorazione e l'autonomia. Questi atteggiamenti, aperti ed affettuosi, vengono imitati dai figli, che ne fanno a loro volta una componente della loro personalità.
La combinazione affetto-controllo favorisce nei bambini l'obbedienza, la sottomissione e la dipendenza e, nei casi di eccessivo controllo, assenza di creatività e di autonomia.
L'atmosfera famigliare che all'ostilità unisce la mancanza di controllo (ostilità-autonomia) caratterizza un clima anaffettivo (genitori disinteressati o assenti) che può favorire nei figli aggressività, scarso autocontrollo, personalità antisociale, abuso di droghe.
La combinazione ostilità-controllo produce più facilmente ragazzi nevrotici. Si tratta di soggetti depressi, rinunciatari, che non sanno assumere il ruolo adulto, che possono essere colti da rabbie improvvise, che tendono a isolarsi dai coetanei e provano per piccole infrazioni forti sensi di colpa. In alcuni casi sono timidi e quieti e per queste loro caratteristiche sono graditi ai genitori e agli insegnanti. In realtà sono bambini infelici ed il loro grado di nevroticismo prima o poi si manifesta.
Se nell'infanzia e nella fanciullezza la famiglia è stata una "base sicura", i problemi adolescenziali sono più facili da risolvere. In ogni caso gli adulti devono tener presenti i motivi per cui i ragazzi possono assumere alcol. Sono motivi , a grandi linee, connessi alla difficoltà a raggiungere l'indipendenza, che è l'aspetto preminente che ruota intorno alle condotte adolescenziali. Emanciparsi dalla propria famiglia d'origine è difficile e lo è ancor di più se i genitori non sono preparati ad accettare con equilibrio i cambiamenti dei loro figli ed a modificare i loro schemi educativi. Vediamo, quindi, i motivi che possono indurre ad assumere droghe.
1. Piacere del rischio
I ragazzi per acquisire l'indipendenza devono assumere dei piccoli rischi, che li fanno sentire grandi e che possono essere emozionanti. Se non sono sostenuti e guidati, uno di questi rischi può essere l'alcol, tanto più che è una sostanza con effetti piacevoli, che inizialmente rafforza i sentimenti d'invulnerabilità e indipendenza e che fa sentire maggiormente il senso di appartenenza al gruppo.
2. Desiderio di trasgredire
La nascita della capacità di pensare astrattamente porta anche a contestare, a mettere in stato d'accusa i valori degli adulti, a trasgredire per verificare insieme ai compagni ciò che è vietato, ciò che non si conosce, ciò che desta curiosità. Per evitare questi aspetti è importante parlare con i ragazzi, rispondere alle loro curiosità con sincerità, ascoltare le loro opinioni e far comprendere con adeguata documentazione come realmente stanno le cose.
3. Mancanza di interessi, assenza di obiettivi
La mancanza di interessi e l'assenza di obiettivi porta alla noia e a sentimenti di inutilità. Molti giovani si accostano all'alcol proprio per vincere questi sentimenti e per sentirsi vivi emozionalmente. E' molto importante, perciò stimolare i ragazzi a porsi degli obiettivi (nello sport, a scuola….) e ad imparare a programmare il loro tempo libero. A tal scopo può essere utile che i genitori li rendano partecipi dei loro progetti e delle loro mete.
4. Scarsa autostima
L'autostima è basilare per saper affrontare con serenità le difficoltà piccole e grandi che si succedono nel ciclo della vita. Per aiutare i ragazzi a raggiungerla, occorre che i compiti e le responsabilità che si devono assumere, siano accessibili alle loro capacità. In ogni caso è utile incoraggiare senza iperproteggere e bandire, nei casi di insuccesso, atteggiamenti critici o distruttivi. Dare fiducia e messaggi rassicuranti è sempre valido.
5. Dipendenza dal gruppo
Sia un clima autoritario che permissivo sono nocivi. I ragazzi infatti, sia nel timore della severità dei genitori che nel sentirsi trascurati in famiglia, possono reagire rifugiandosi nel gruppo dei compagni, al punto da dipenderne completamente. Non per caso l'assunzione di alcol da parte degli adolescenti si verifica in compagnia dei coetanei ed è un'esperienza quasi sempre vissuta come piacevole perchè alcune sostanze, tra cui l'alcol, favoriscono i rapporti sociali, attenuano l'ansia, eliminano la noia, favoriscono la distensione, cancellano la stanchezza
I motivi sopraelencati sono senz'altro importanti, ma la sicurezza vissuta nei primi anni è uno dei fattori alla base del senso di identità nell'età adulta o quantomeno un fattore che indirizza nel corso dello sviluppo verso scelte o atteggiamenti che rafforzano la fiducia in sé stessi e negli altri.
BIBLIOGRAFIA
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Donovan J.E., Jessor R., Jessor L.(1983), Problem drinking in adolescence and young adulthood. A follow-up study, Journal of studies on alcohol, 44, 1, 109- 37
Packard V.(1985), I bambini in pericolo, Editori Riuniti, Roma
Pilleri Senatore R., Tondo L., Silvetti F. (1995), I disturbi della condotta, Psicologia Contemporanea, 127, 50-57
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Schaffer H.R.(1998), Lo sviluppo sociale, Raffaello Cortina Editore, Milano
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Zarek D. e coll. ( 1988 ), Fattori di rischio di abuso di sostanze intossicanti nell' adolescenza: implicazioni per la pratica pediatrica, La Clinica Ped. del Nord America, 1677-1693, 21, 5, Piccin, Padova
Messaggio del 05-06-2003 alle ore 01:14:06
A DA VEVE CHI Pò VEVE, E A DA FUMA'CHI PO' FUMA'!
CHI DICE CHE è SBAGLIATO A BERE E' PERCHE' SI MBRIACHE CON NU BICCHIERE (BEATE A ESSE)
Messaggio del 04-06-2003 alle ore 10:10:37
.......................
io dico che nn si debba mai esagerare con l'alcool...nn è mai una cosa bella....un bicchierino tra amici s', ma mai esagerare.....troppe cose brutte posson succedere...e nn è bello! ------------------------------------------------- Editato il 10:10:52 04/06/2003 da cirti chiuv
Messaggio del 26-05-2003 alle ore 20:12:00
Vabbè ragà..qui nn si parla di alcolizzarsi tutte le sere...capita che quando si sta con gli amici un bicchiere tira l'altro..ma perchè ci si diverte, mica perchè si è insoddisfatti!!!
Io penso che l'abuso di qualsiasi cosa faccia male...ma un kiovetto ogni tanto ci vuole certo senza sentirsi male ogni volta....L'importante è conoscere il proprio limite....
Messaggio del 24-05-2003 alle ore 14:07:41
...sono pienamente d'accordo che abusare d'alcol e fumare fa male....ma che dico male...malissimo!!!.....non mi sta bene ,però,che chi beve...nel senso si pije nu chive....è insoddisfatto della propria vita o abbia problemi di relazione con i familiari.
...L'insoddisfazione non porta assolutamente a bere o drogarsi....e poi che c'entra il tifare con l'essere insoddisfatti?.....
Messaggio del 13-05-2003 alle ore 00:22:03
Da quello che so il fatto di ubriacarsi è un segnale di allarme. Nel più dei casi significa farsi notare, un modo per dire agli altri che c’è qualcosa che non và. Spesso si tratta di frustrazione (impossibilità di realizzare i propri desideri), di seri problemi familiari (legati spesso al rapporto con i genitori) o di insoddisfazione. L’insoddisfazione è una realtà che non appartiene solo degli alcolisti perché gli insoddisfatti sono un esercito in continua espansione. Gli insoddisfatti sono presone fragili che bevono, si drogano, tifano, parlano male degli altri, corrono in macchina etc. L’insoddisfazione obbliga le persone deboli a bere, drogarsi, tifare, giudicare, correre etc. Perché è bevendo, drogandosi, tifando, giudicando e correndo che queste persone si sentono un po’ appagate.
Scusate la durezza delle mie parole, ma non giustifico chi beve né chi fa di peggio. Nel momento in cui ci si compiace di bere si fa un bel danno a se stessi. Si dà un brutto esempio ai più giovani e ai coetanei, si peggiora la propria vita e quella degli altri. Si fa un torto a Samu_80 che ha avuto la dolcezza di informare e di non giudicare chi beve.
Il mio vuole essere un intervento a vene scoperte. Chi beve sa meglio di me che ha seri problemi. Chi non beve non ha problemi. Chi beve sa che non è capace di risolvere i propri problemi. Chi non beve sa risolvere i propri problemi. Si beve per stare peggio. Si onora se stessi per stare meglio.
Non so se la cosa migliore da fare su questo tema è tacere, non so, forse il mio silenzio sarebbe valso più dell’oro, ma nel passato anch’io ho bevuto qualche volta e so bene come ci si sente: più grande è il proprio problema più si beve (all’uopo si possono consultare una valanga di film e di libri sullo stesso argomento).
Io non bevo più. L’ultima sbornia che mi sono preso risale al novembre del 1996; l’ultima canna che ho fumato risale al febbraio del 2000. Ho deciso di smettere per mettere la testa a posto e ci sono riuscito. Oggi so cosa significa amarsi, rispettarsi, stimarsi, oggi so cos’è la volontà. La volontà rende forti e saggi, con essa si entra nel gorgo dell’autostima (più si è volenterosi, più si è forti, più si è saggi, più ci si stima!). Chi beve non si stima.
Messaggio del 07-05-2003 alle ore 21:14:09
no no no...i sn contro l'alcool...nel senso ke ormai è finito il tempo del kiovo...si sta solo male...e odio tutti quei ragazzi ke escono il sabato sera x fracicarsi tra fruste e alcoolici...mi fanno davvero skifo,xkè prima d tutto nn pensano alla loro salute...e secondo xkè stare male nn è1modo x divertirsi...io mi prenderei 1kiovo + da sola x dimenticare qlks x 1sera....ma nn x far vedere ke sò fregna e bevo...
Messaggio del 28-04-2003 alle ore 21:18:18
farsi un bikkierino nn è male! è male se si esagera e soprattutto se si decide di salire in makkina e guidare.....
Messaggio del 28-04-2003 alle ore 14:12:14
ha detto bene skin...bisogna usare la testa...
bisogna uscire,sedersi e mangiare...e se ci scappa il chiovetto va pure bene...nn uscire per ubriacarsi o rendere la ciorva una tradizione...si puo fare tutto...nei limiti...
Messaggio del 27-04-2003 alle ore 22:43:00
Come giustamente dice Bakunin, il farsi un bicchiere è un piacere della vita. Io bevo quando mi capita, ed a volte arrivo anche a stare fuori ma sempre con una certa coscienza!!! Dico questo perchè molte persone credendosi degli "HUBER SOLDAT"(correggetemi se non ho scritto bene) provocano risse che rovinano le serate ai poveretti di turno, e poi partono come piccoli Niki Lauda ad ammazzare gente che sta andando a dormire.
Messaggio del 27-04-2003 alle ore 21:26:46
Beh effettivamente si esagera spesso...succede che stando in compagnia ci si fa prendere....io per fortuna conosco il mio limite...ed è raro che lo supero....cmq quando si esce in compagnia..chi guida nn dovrebbe bere...altrimenti si torna tutti insieme a piedi...
Messaggio del 27-04-2003 alle ore 12:52:29
Si beve molto' mi sembra, perkè è cool, è figo, fa sembrare grandi, fregni...si ha qualcosa da raccontare il giorno dopo, ti fa sentire su di giri, si ride si skerza( bè c'è anke a ki la ciorva gli prende male...
questo lo pensavo ank'io,benke nn mi sia successo spesso... fino a ke mi sono accorto ke ki beve tanto è un POVERO MENTECATTO, ke nn ha capito nulla della vita, per cui adesso bevo giusto e buono, per il solo piacere e nn per ridurmi a uno stato sub umano...
Messaggio del 25-04-2003 alle ore 21:36:55
non voglio certo fare l'ipocrita perchè io sono il primo a farmi un bicchiere in più il sabato sera.
E' chiaro che l'alcool, se moderato, è uno dei piaceri della vita, ma è chiaro che si esagera troppo e quindi, come dice giustamente bakunin, qualcosa non va.
Prima di vietare l'alcool, bisognerebbe innanzitutto chiedersi perchè uno beve.
Per essere più disinibiti? Per sfogare tutte le frustrazioni? Per puro divertimento? Tutte queste ragioni potrebbero essere valide, ma c'è un dato di fatto su cui non si può discutere: chi beve alla guida non fa solo male a stesso, ma soprattutto uccide gli altri
Messaggio del 25-04-2003 alle ore 19:56:25
bell'argomento, samu..merita una discussione..conosco troppi ragazzi ke arrivano al sabato ke devono solo sballare...è kiaro ke qualcosa nn va
Messaggio del 24-04-2003 alle ore 09:42:01
non esagerate quote:
l'abuso di alcol sia un fenomeno che cresce in maniera preoccupante è ormai un dato certo, tant'è che l'argomento ha già scomodato studiosi ed esperti che cercano di analizzare il problema o di trovare una risposta a un comportamento che esprime un disagio. Birra, vino e superalcolici: sembra questa la classifica delle preferenze di molti giovani per i quali "un bicchiere" (che poi diventano molti di più) sembra essere diventato l'irrinunciabile inizio di qualsiasi serata.