Cultura & Attualità
Il blocco mentale
Messaggio del 19-02-2009 alle ore 12:11:09
Dal Corriere della Sera
Il blocco mentale
di Pierluigi Battista
Nel 2002, a un anno dalle elezioni perse contro Berlusconi, la sinistra stordita e sopraffatta dalla sindrome della sconfitta consegnò agli intellettuali girotondisti la missione di riaccendere lo spirito della grande battaglia contro il «Caimano»: fu l’inseguimento affannoso del radicalismo estremista, il rifugio nella sfera onirica della guerra totale contro il nemico. La sinistra riconquistò voti e tensione emotiva fino alla risicata vittoria del 2006.
Ma quella fiammata, come i fatti si sono incaricati di dimostrare, era destinata a spegnersi nel peggiore dei modi. Oggi, a un anno dalla sconfitta del 2008 e dopo un’impressionante sequenza di rovesci culminata nella disfatta sarda e nella crisi devastante del Pd, la sinistra potrebbe trarre una salutare ispirazione da un altro intellettuale, un sociologo lontanissimo dalla tipologia girotondista ma che non ha mai nascosto la sua appartenenza alla cultura della sinistra: Marzio Barbagli. Nell’intervista rilasciata a Francesco Alberti per il Corriere, Barbagli racconta di una formidabile lotta tra i suoi «schematismi» culturali e i dati della realtà che lo hanno costretto, sul tema della criminalità connessa all’immigrazione, a rivedere drasticamente le proprie «ipotesi di partenza».
«Non volevo vedere », confessa con cristallina onestà intellettuale Barbagli, «c’era qualcosa in me che si rifiutava di esaminare in maniera oggettiva i dati sull’incidenza dell’immigrazione rispetto alla criminalità. Ero condizionato dalle mie posizioni di uomo di sinistra. E quando finalmente ho cominciato a prendere atto della realtà e a scrivere che l’ondata migratoria ha avuto una pesante ricaduta sull’aumento di certi reati, alcuni colleghi mi hanno tolto il saluto». Il racconto di Barbagli riassume con grande pathos espressivo il senso di un percorso sofferto: «ho fatto il possibile per ingannare me stesso»; «era come se avessi un blocco mentale ».
Fino alla conclusione catartica, ma malinconica e solitaria: «sono finalmente riuscito a tenere distinti i due piani: il ricercatore e l’uomo di sinistra. Ora sono un ricercatore. E nient’altro». La conclusione di Barbagli segna il dramma della sinistra italiana che si strazia nel vortice delle ripetute sconfitte. Il suo bagno nella realtà, il suo immergersi nei dati empirici per capire che cosa si muove nella società italiana senza essere percepito dagli occhiali deformanti del politicamente corretto, sanciscono un divorzio tragico tra il «ricercatore» e «l’uomo di sinistra». La sinistra lamenta ritualmente il proprio distacco dalla realtà, il proprio ripiegarsi autoreferenziale in una retorica incomprensibile al «vissuto » della società come realmente è e pensa.
Ma per lasciarsi «assalire dalla realtà », come usava dire tra i liberal americani sommersi dall’ondata culturale neoconservatrice, deve impegnarsi per ricomporre la frattura esistenziale raccontata da Barbagli. Deve dimostrare che tra la «ricerca » e la sinistra, tra i «dati» e il discorso dominante nei suoi circuiti autisticamente chiusi in se stessi non c’è guerra o alterità, e che per risollevarsi occorre disfarsi del «blocco mentale» che l’ha paralizzata in questi anni, precludendosi ogni comunicazione con ciò che sta fuori di essa. Scegliere Barbagli e non chi gli «ha tolto il saluto». La realtà e non i sacerdoti di una «correttezza» politica sempre più vuota.
Dal Corriere della Sera
Il blocco mentale
di Pierluigi Battista
Nel 2002, a un anno dalle elezioni perse contro Berlusconi, la sinistra stordita e sopraffatta dalla sindrome della sconfitta consegnò agli intellettuali girotondisti la missione di riaccendere lo spirito della grande battaglia contro il «Caimano»: fu l’inseguimento affannoso del radicalismo estremista, il rifugio nella sfera onirica della guerra totale contro il nemico. La sinistra riconquistò voti e tensione emotiva fino alla risicata vittoria del 2006.
Ma quella fiammata, come i fatti si sono incaricati di dimostrare, era destinata a spegnersi nel peggiore dei modi. Oggi, a un anno dalla sconfitta del 2008 e dopo un’impressionante sequenza di rovesci culminata nella disfatta sarda e nella crisi devastante del Pd, la sinistra potrebbe trarre una salutare ispirazione da un altro intellettuale, un sociologo lontanissimo dalla tipologia girotondista ma che non ha mai nascosto la sua appartenenza alla cultura della sinistra: Marzio Barbagli. Nell’intervista rilasciata a Francesco Alberti per il Corriere, Barbagli racconta di una formidabile lotta tra i suoi «schematismi» culturali e i dati della realtà che lo hanno costretto, sul tema della criminalità connessa all’immigrazione, a rivedere drasticamente le proprie «ipotesi di partenza».
«Non volevo vedere », confessa con cristallina onestà intellettuale Barbagli, «c’era qualcosa in me che si rifiutava di esaminare in maniera oggettiva i dati sull’incidenza dell’immigrazione rispetto alla criminalità. Ero condizionato dalle mie posizioni di uomo di sinistra. E quando finalmente ho cominciato a prendere atto della realtà e a scrivere che l’ondata migratoria ha avuto una pesante ricaduta sull’aumento di certi reati, alcuni colleghi mi hanno tolto il saluto». Il racconto di Barbagli riassume con grande pathos espressivo il senso di un percorso sofferto: «ho fatto il possibile per ingannare me stesso»; «era come se avessi un blocco mentale ».
Fino alla conclusione catartica, ma malinconica e solitaria: «sono finalmente riuscito a tenere distinti i due piani: il ricercatore e l’uomo di sinistra. Ora sono un ricercatore. E nient’altro». La conclusione di Barbagli segna il dramma della sinistra italiana che si strazia nel vortice delle ripetute sconfitte. Il suo bagno nella realtà, il suo immergersi nei dati empirici per capire che cosa si muove nella società italiana senza essere percepito dagli occhiali deformanti del politicamente corretto, sanciscono un divorzio tragico tra il «ricercatore» e «l’uomo di sinistra». La sinistra lamenta ritualmente il proprio distacco dalla realtà, il proprio ripiegarsi autoreferenziale in una retorica incomprensibile al «vissuto » della società come realmente è e pensa.
Ma per lasciarsi «assalire dalla realtà », come usava dire tra i liberal americani sommersi dall’ondata culturale neoconservatrice, deve impegnarsi per ricomporre la frattura esistenziale raccontata da Barbagli. Deve dimostrare che tra la «ricerca » e la sinistra, tra i «dati» e il discorso dominante nei suoi circuiti autisticamente chiusi in se stessi non c’è guerra o alterità, e che per risollevarsi occorre disfarsi del «blocco mentale» che l’ha paralizzata in questi anni, precludendosi ogni comunicazione con ciò che sta fuori di essa. Scegliere Barbagli e non chi gli «ha tolto il saluto». La realtà e non i sacerdoti di una «correttezza» politica sempre più vuota.
Messaggio del 19-02-2009 alle ore 14:02:55
Da Il Riformista
La destra, la sinistra e gli stupri
di Piero Sansonetti
Serve a qualcosa minacciare gli stupratori, avvertendoli che rischiano il carcere? Direi di no. Il decreto promesso dal governo (niente domiciliari per gli imputati di stupro) è acqua fresca. Diciamo meglio: è propaganda, pura propaganda. Chi violenta una ragazzina in un parco sa benissimo che rischia di finire in cella. Non ne ha molta paura. Il governo, il sindaco di Roma, i partiti del centrodestra, si trovano di fronte a un guaio politico che loro stessi hanno provocato, e ora non sanno come risolvere.
Negli anni scorsi hanno usato il terrore della gente nei confronti della delinquenza come una arma politica semplice e potente, per colpire il centrosinistra. E hanno spinto il centrosinistra a usare la stessa arma per difendersi. Così è nata quella sindrome epidemica che si chiama “percezione dell’insicurezza”: è una valanga e nessuno è capace di fermarla. I reati possono aumentare o diminuire di numero, ma la “percezione di insicurezza”, una volta che è stata innescata, non cambia, tende ad aumentare, a incattivirsi, a condizionare la vita di milioni di persone. E produce notevoli effetti politici.
Questa sindrome ha aiutato Berlusconi ed Alemanno a vincere le elezioni. Ora però colpisce loro, li pone di fronte all’evidenza delle cose: hanno promesso che avrebbero risolto il problema, hanno esagerato il problema perché gli conveniva, e poi non sono riusciti a risolverlo. Il problema - del resto - non è inventato. Esiste, è un grande problema. La frequenza degli stupri è uno dei fenomeni che minaccia la nostra civiltà. È un reato odioso, per due ragioni. La prima è che colpisce solo una metà dell’umanità, e cioè le donne - la parte fisicamente meno forte, la parte meno protetta socialmente - e si basa sulla prepotenza e sul maschilismo. Non esiste nessun altro reato che ha queste caratteristiche. La seconda ragione è più sfuggente, ma è importante: lo stupro è un atto violento che si accanisce sull’aspetto più alto delle relazioni umane, cioè l’amore; e deturpa l’amore, deturpa il sesso, impone un’idea terrificante dei rapporti tra le persone. Lo stupro non è solo un “furto” d’amore, è un modo di concepire l’amore come violenza, sopraffazione, potere. La violenza non è un “mezzo”, è il “fine” dello stupro, fa parte dell’atto sessuale del violentatore.
Lo stupro nel parco, per strada, talvolta ad opera di uno straniero, di un immigrato clandestino, o di un ragazzo della malavita, è l’espressione simbolica più evidente e più esecrata - anche perché ha un’enorme eco di stampa - di un fenomeno vastissimo. Noi siamo a conoscenza solo di un numero molto esiguo delle violenze sessuali che avvengono nelle nostre città. Ne avvengono più di dieci ogni giorno, circa quattromila all’anno. Pochissime vengono denunciate. La maggior parte avviene ad opera di un parente o di un amico, l’80 per cento degli stupri sono stupri in famiglia. Lo stupro è la principale causa di morte, nel mondo, per le donne giovani.
È impensabile una società più civile, più avanzata, se non si estirpa questa malattia. Lo stupro è il simbolo più forte del maschilismo, sconfiggere lo stupro vuol dire indebolire il potere maschilista. E allora, di fronte agli stupri di questi giorni, ci troviamo di fronte a un dilemma. Dobbiamo difendere la donna, anche a costo di violare certe nostre idee garantiste, o dobbiamo mettere il garantismo davanti a tutto, considerarlo un principio intoccabile? Dobbiamo far finta che il problema non c’è, se scopriamo che un numero consistente di stupri è responsabilità di stranieri?
Esiste un solo modo, per la sinistra, di uscire dalla contraddizione. Dire, a ragione: «Lo stupro di strada è la punta dell’iceberg, lasciamolo stare, cerchiamo di affrontare alle radici la questione del maschilismo violento». È una via ragionevole, in linea di principio, ma è sbagliata, perché è inefficace. Più che sbagliata è rassegnata. Corrisponde a quell’animus della sinistra che crede che il suo motivo d’essere sia “pensare” le cose giuste, non “fare” le cose giuste. Adesso voi vi aspettate che io vi proponga una soluzione. Vi deludo: non la possiedo. So che la repressione e la sospensione delle garanzie e dei diritti non serve a niente. So che la caccia all’immigrato è una barbarie. So anche che invece sono quelli gli obiettivi della destra. Credo che un uso più ragionevole delle forze dell’ordine (che ci sono, sono una quantità enorme: l’Italia è il paese europeo più munito di polizia) sarebbe un vantaggio. Non so dire di più. Vorrei solo che la sinistra riuscisse a affrontare questo tema senza scrollare le spalle. Senza dire: «È solo propaganda forcaiola». La propaganda forcaiola è evidente, ma è evidente anche l’urgenza di combattere il fenomeno degli stupri.
Da Il Riformista
La destra, la sinistra e gli stupri
di Piero Sansonetti
Serve a qualcosa minacciare gli stupratori, avvertendoli che rischiano il carcere? Direi di no. Il decreto promesso dal governo (niente domiciliari per gli imputati di stupro) è acqua fresca. Diciamo meglio: è propaganda, pura propaganda. Chi violenta una ragazzina in un parco sa benissimo che rischia di finire in cella. Non ne ha molta paura. Il governo, il sindaco di Roma, i partiti del centrodestra, si trovano di fronte a un guaio politico che loro stessi hanno provocato, e ora non sanno come risolvere.
Negli anni scorsi hanno usato il terrore della gente nei confronti della delinquenza come una arma politica semplice e potente, per colpire il centrosinistra. E hanno spinto il centrosinistra a usare la stessa arma per difendersi. Così è nata quella sindrome epidemica che si chiama “percezione dell’insicurezza”: è una valanga e nessuno è capace di fermarla. I reati possono aumentare o diminuire di numero, ma la “percezione di insicurezza”, una volta che è stata innescata, non cambia, tende ad aumentare, a incattivirsi, a condizionare la vita di milioni di persone. E produce notevoli effetti politici.
Questa sindrome ha aiutato Berlusconi ed Alemanno a vincere le elezioni. Ora però colpisce loro, li pone di fronte all’evidenza delle cose: hanno promesso che avrebbero risolto il problema, hanno esagerato il problema perché gli conveniva, e poi non sono riusciti a risolverlo. Il problema - del resto - non è inventato. Esiste, è un grande problema. La frequenza degli stupri è uno dei fenomeni che minaccia la nostra civiltà. È un reato odioso, per due ragioni. La prima è che colpisce solo una metà dell’umanità, e cioè le donne - la parte fisicamente meno forte, la parte meno protetta socialmente - e si basa sulla prepotenza e sul maschilismo. Non esiste nessun altro reato che ha queste caratteristiche. La seconda ragione è più sfuggente, ma è importante: lo stupro è un atto violento che si accanisce sull’aspetto più alto delle relazioni umane, cioè l’amore; e deturpa l’amore, deturpa il sesso, impone un’idea terrificante dei rapporti tra le persone. Lo stupro non è solo un “furto” d’amore, è un modo di concepire l’amore come violenza, sopraffazione, potere. La violenza non è un “mezzo”, è il “fine” dello stupro, fa parte dell’atto sessuale del violentatore.
Lo stupro nel parco, per strada, talvolta ad opera di uno straniero, di un immigrato clandestino, o di un ragazzo della malavita, è l’espressione simbolica più evidente e più esecrata - anche perché ha un’enorme eco di stampa - di un fenomeno vastissimo. Noi siamo a conoscenza solo di un numero molto esiguo delle violenze sessuali che avvengono nelle nostre città. Ne avvengono più di dieci ogni giorno, circa quattromila all’anno. Pochissime vengono denunciate. La maggior parte avviene ad opera di un parente o di un amico, l’80 per cento degli stupri sono stupri in famiglia. Lo stupro è la principale causa di morte, nel mondo, per le donne giovani.
È impensabile una società più civile, più avanzata, se non si estirpa questa malattia. Lo stupro è il simbolo più forte del maschilismo, sconfiggere lo stupro vuol dire indebolire il potere maschilista. E allora, di fronte agli stupri di questi giorni, ci troviamo di fronte a un dilemma. Dobbiamo difendere la donna, anche a costo di violare certe nostre idee garantiste, o dobbiamo mettere il garantismo davanti a tutto, considerarlo un principio intoccabile? Dobbiamo far finta che il problema non c’è, se scopriamo che un numero consistente di stupri è responsabilità di stranieri?
Esiste un solo modo, per la sinistra, di uscire dalla contraddizione. Dire, a ragione: «Lo stupro di strada è la punta dell’iceberg, lasciamolo stare, cerchiamo di affrontare alle radici la questione del maschilismo violento». È una via ragionevole, in linea di principio, ma è sbagliata, perché è inefficace. Più che sbagliata è rassegnata. Corrisponde a quell’animus della sinistra che crede che il suo motivo d’essere sia “pensare” le cose giuste, non “fare” le cose giuste. Adesso voi vi aspettate che io vi proponga una soluzione. Vi deludo: non la possiedo. So che la repressione e la sospensione delle garanzie e dei diritti non serve a niente. So che la caccia all’immigrato è una barbarie. So anche che invece sono quelli gli obiettivi della destra. Credo che un uso più ragionevole delle forze dell’ordine (che ci sono, sono una quantità enorme: l’Italia è il paese europeo più munito di polizia) sarebbe un vantaggio. Non so dire di più. Vorrei solo che la sinistra riuscisse a affrontare questo tema senza scrollare le spalle. Senza dire: «È solo propaganda forcaiola». La propaganda forcaiola è evidente, ma è evidente anche l’urgenza di combattere il fenomeno degli stupri.
Messaggio del 19-02-2009 alle ore 21:51:16
Sei consapevole che mettere gli articoli scritti da quella persona potrebbe provocare un malanno a Ki?
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