La Piazza
DISOBBEDIENTI CONTRO LA GUERRA
Messaggio del 25-02-2003 alle ore 19:02:22
Essere sabbia, e non olio, negli ingranaggi della guerra globale...
Cari amici, cari compagni
quando avrete in mano queste nostre riflessioni e le leggerete, forse
saremo insieme, in treno o in pullman, andando, o forse ritornando dalla più grande mobilitazione contro la guerra mai realizzata nella storia dell'umanità.
Centinaia di migliaia, milioni di esseri umani, il 15 di febbraio 2003 ci siamo dati appuntamento nelle capitali del mondo, consapevoli dei miliardi di occhi puntati addosso, insieme alle aspettative e alle speranze di una parte enorme della popolazione mondiale.
Tutto ciò mentre l'opinione pubblica dei nostri paesi continua a confermarci, sondaggio dopo sondaggio, un sostegno schiacciante e, come mai prima, uomini di fede, di cultura, della società civile sono uniti per restituire una consapevolezza amplissima della inutilità e della scelleratezza di questo conflitto.
Eppure, viaggiando nella notte verso le capitali, camminando per i cortei o ritornando alle nostre case tutti noi non possiamo fare a meno di pensare che con ogni probabilità ed evidenza, saremo sconfitti e ci sarà la guerra.
Con ogni probabilità ed evidenza questo movimento mondiale, così esteso e ricco di un consenso così ampio, così capace di mobilitare nel profondo le coscienze e le moltitudini non riuscirà nel suo intento di inceppare il potente dispositivo bellico voluto ed attivato dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Ora questa lettera si fa ragionamento ad alta voce.
Chiediamo a voi, in realtà lo chiediamo disperatamente anche a noi stessi, che fare.
In caso di conflitto aperto può l'opposizione alla guerra essere rinchiusa e ridotta alla semplice opzione etica, alla nuda testimonianza?
Come si può rompere questa gabbia e costruire gli strumenti per opporsi realmente e concretamente senza disperdere l'enorme patrimonio di consenso che percepiamo intorno a noi?
Come, in altre parole essere sabbia e non olio negli ingranaggi di una guerra iniziata e dispiegata?
Ci sono poi altre due cose che sentiamo il bisogno di aggiungere.
La prima è che c'è una bella differenza tra il minuto che precede e quello che segue l'ora x (se mai ce ne sarà una) di un attacco militare.La guerra restringe gli spazi di libertà, costringe tutti allo schieramento, con noi o contro di noi, amico o nemico, al di fuori di questo schema al più si è disfattisti o traditori; l'informazione ancora di più calzerà l'elmetto, la guerra immetterà subdola il suo codice nei discorsi di tutti e una parte di quel consenso e di quell' appoggio che oggi ci fa più forti potrebbe disperdersi nelle atmosfere di morte e di distruzione che verranno.
E non saranno pochi quelli che si faranno da parte dicendoci "avete visto, tanto non serve a niente", né quelli che, pieni di rabbia e di frustrazione, accetteranno, spesso in buona fede, la parte scritta per loro dai signori della guerra e si faranno trovare, impotenti e inutili, nelle nicchie che il copione prevede per loro.La seconda cosa che volevamo dirvi è in realtà una diffida a guardare a noi, ma anche a chiunque altro, come a dispensatori di certezze e ricette. Come si fa a fermare una guerra non lo sappiamo noi e non lo sa nessuno, chi dice di saperlo mente.
Sappiamo soltanto che non è vero che "è stato tutto inutile" che bisogna continuare a cercare, a domandare e a camminare, che bisogna essere astuti e veloci, mai farsi trovare dove vogliono trovarti, che bisogna essere pazzi e razionali, cialtroni tremendamente seri, sognatori con i piedi ben piantati in terra.
Sappiamo che non abbiamo bisogno di con-vincervi, né vogliamo farlo, così come non vogliamo "iscrivervi", figuriamoci poi "reclutarvi "ad ingrossare le fila di qualche nuovo gruppo organizzato o dell'ennesima avanguardia.C'è bisogno dell'esatto contrario: abbiamo bisogno che una miriade, una moltitudine di granelli di sabbia vada a collocarsi nell' ingranaggio vivo della abominevole macchina della guerra.
Non serve una avanguardia che sarebbe stritolata per prima, con conseguenze che pagheremmo tutti, non serve una minoranza organizzata che sarebbe povera, misera cosa di fronte alla enormità del compito; serve proprio che ciascuno e tutti scelgano il proprio kit di resistenza alla guerra globale e comincino da subito a coltivarlo e praticarlo.
Noi chiamiamo il nostro disobbedienza, ma non importano i nomi, e anche della disobbedienza non invochiamo il monopolio: piuttosto preferiamo che fioriscano mille disobbedienze, senza strutture verticali e senza direttive.
Per discutere di quanto vi stiamo riportando noi, disobbedienti del nord ovest, ci siamo riuniti in un luogo qualunque nel cuore della Genova antica in una domenica di febbraio dell' anno 2003.
Sappiate che abbiamo deciso che vale la pena, che è giusto provarci, ad essere sabbia. Che essere olio ci risulterebbe insopportabile.
Sappiate che ritornati da Roma, nella speranza, forse folle, che sia ancora possibile inceppare i congegni a che ci precipitano alla guerra, disobbediremo ancora, spenderemo ad esempio, un po’ delle nostre energie per iniziare a dare la caccia a quelle "armi di distruzione di massa" così beneoccultate proprio qui da noi, in occidente, nelle nostre città.
Invieremo "Osservatori della Società Civile" a ispezionare i caveau della Banche Armate:cosa se non il denaro po’ essere legittimamente definito "arma di distruzione di massa";li manderemo a passare al setaccio i distributori della Esso (Exxon-Mobil), non solo perché questa multinazionale, grande elettore del presidente G.W.Bush è novella protagonista di una megacommessa di fornitura di carburante ai mezzi dell’esercito statunitense nel golfo, ma soprattutto perché cosa, se non il carburante per le nostre vetture, può essere nel mondo legittimamente definito come arma di distruzione di massa?
Invieremo osservatori, nei veri e più pericolosi centri di stoccaggio di mefitiche armi chimiche e batteriologiche, quei potentissimi vettori di inquinamento e contaminazione delle menti e delle coscienze che sono gli strumenti di comunicazionie di massa asserviti ai signori della guerra.
E non dimenticheremo che non occorrono metafore per individuare quei luoghi, dove l’industria italiana produce e diffonde strumenti di morte e devastazione reali, armi di distruzione di massa questa volta nel senso letterale del termine: mine anti uomo, fucili, pistole, carri armati…
Questa è l’agenda, dello "stile" invece abbiamo in parte già detto: deve inceppare, erodere consenso, disvelare, mettere in imbarazzo, stupire, stravolgere, smscherare, ribaltare, essere efficace, essere comunicativo, essere riproducibile…
Ciascuno con i mezzi, il cuore, le intuizioni, la rabbia, le parole che sente più vicini.
Fermare la guerra si può, costruire un mondo nuovo e diverso è possibile
Essere sabbia, e non olio, negli ingranaggi della guerra globale...
Cari amici, cari compagni
quando avrete in mano queste nostre riflessioni e le leggerete, forse
saremo insieme, in treno o in pullman, andando, o forse ritornando dalla più grande mobilitazione contro la guerra mai realizzata nella storia dell'umanità.
Centinaia di migliaia, milioni di esseri umani, il 15 di febbraio 2003 ci siamo dati appuntamento nelle capitali del mondo, consapevoli dei miliardi di occhi puntati addosso, insieme alle aspettative e alle speranze di una parte enorme della popolazione mondiale.
Tutto ciò mentre l'opinione pubblica dei nostri paesi continua a confermarci, sondaggio dopo sondaggio, un sostegno schiacciante e, come mai prima, uomini di fede, di cultura, della società civile sono uniti per restituire una consapevolezza amplissima della inutilità e della scelleratezza di questo conflitto.
Eppure, viaggiando nella notte verso le capitali, camminando per i cortei o ritornando alle nostre case tutti noi non possiamo fare a meno di pensare che con ogni probabilità ed evidenza, saremo sconfitti e ci sarà la guerra.
Con ogni probabilità ed evidenza questo movimento mondiale, così esteso e ricco di un consenso così ampio, così capace di mobilitare nel profondo le coscienze e le moltitudini non riuscirà nel suo intento di inceppare il potente dispositivo bellico voluto ed attivato dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Ora questa lettera si fa ragionamento ad alta voce.
Chiediamo a voi, in realtà lo chiediamo disperatamente anche a noi stessi, che fare.
In caso di conflitto aperto può l'opposizione alla guerra essere rinchiusa e ridotta alla semplice opzione etica, alla nuda testimonianza?
Come si può rompere questa gabbia e costruire gli strumenti per opporsi realmente e concretamente senza disperdere l'enorme patrimonio di consenso che percepiamo intorno a noi?
Come, in altre parole essere sabbia e non olio negli ingranaggi di una guerra iniziata e dispiegata?
Ci sono poi altre due cose che sentiamo il bisogno di aggiungere.
La prima è che c'è una bella differenza tra il minuto che precede e quello che segue l'ora x (se mai ce ne sarà una) di un attacco militare.La guerra restringe gli spazi di libertà, costringe tutti allo schieramento, con noi o contro di noi, amico o nemico, al di fuori di questo schema al più si è disfattisti o traditori; l'informazione ancora di più calzerà l'elmetto, la guerra immetterà subdola il suo codice nei discorsi di tutti e una parte di quel consenso e di quell' appoggio che oggi ci fa più forti potrebbe disperdersi nelle atmosfere di morte e di distruzione che verranno.
E non saranno pochi quelli che si faranno da parte dicendoci "avete visto, tanto non serve a niente", né quelli che, pieni di rabbia e di frustrazione, accetteranno, spesso in buona fede, la parte scritta per loro dai signori della guerra e si faranno trovare, impotenti e inutili, nelle nicchie che il copione prevede per loro.La seconda cosa che volevamo dirvi è in realtà una diffida a guardare a noi, ma anche a chiunque altro, come a dispensatori di certezze e ricette. Come si fa a fermare una guerra non lo sappiamo noi e non lo sa nessuno, chi dice di saperlo mente.
Sappiamo soltanto che non è vero che "è stato tutto inutile" che bisogna continuare a cercare, a domandare e a camminare, che bisogna essere astuti e veloci, mai farsi trovare dove vogliono trovarti, che bisogna essere pazzi e razionali, cialtroni tremendamente seri, sognatori con i piedi ben piantati in terra.
Sappiamo che non abbiamo bisogno di con-vincervi, né vogliamo farlo, così come non vogliamo "iscrivervi", figuriamoci poi "reclutarvi "ad ingrossare le fila di qualche nuovo gruppo organizzato o dell'ennesima avanguardia.C'è bisogno dell'esatto contrario: abbiamo bisogno che una miriade, una moltitudine di granelli di sabbia vada a collocarsi nell' ingranaggio vivo della abominevole macchina della guerra.
Non serve una avanguardia che sarebbe stritolata per prima, con conseguenze che pagheremmo tutti, non serve una minoranza organizzata che sarebbe povera, misera cosa di fronte alla enormità del compito; serve proprio che ciascuno e tutti scelgano il proprio kit di resistenza alla guerra globale e comincino da subito a coltivarlo e praticarlo.
Noi chiamiamo il nostro disobbedienza, ma non importano i nomi, e anche della disobbedienza non invochiamo il monopolio: piuttosto preferiamo che fioriscano mille disobbedienze, senza strutture verticali e senza direttive.
Per discutere di quanto vi stiamo riportando noi, disobbedienti del nord ovest, ci siamo riuniti in un luogo qualunque nel cuore della Genova antica in una domenica di febbraio dell' anno 2003.
Sappiate che abbiamo deciso che vale la pena, che è giusto provarci, ad essere sabbia. Che essere olio ci risulterebbe insopportabile.
Sappiate che ritornati da Roma, nella speranza, forse folle, che sia ancora possibile inceppare i congegni a che ci precipitano alla guerra, disobbediremo ancora, spenderemo ad esempio, un po’ delle nostre energie per iniziare a dare la caccia a quelle "armi di distruzione di massa" così beneoccultate proprio qui da noi, in occidente, nelle nostre città.
Invieremo "Osservatori della Società Civile" a ispezionare i caveau della Banche Armate:cosa se non il denaro po’ essere legittimamente definito "arma di distruzione di massa";li manderemo a passare al setaccio i distributori della Esso (Exxon-Mobil), non solo perché questa multinazionale, grande elettore del presidente G.W.Bush è novella protagonista di una megacommessa di fornitura di carburante ai mezzi dell’esercito statunitense nel golfo, ma soprattutto perché cosa, se non il carburante per le nostre vetture, può essere nel mondo legittimamente definito come arma di distruzione di massa?
Invieremo osservatori, nei veri e più pericolosi centri di stoccaggio di mefitiche armi chimiche e batteriologiche, quei potentissimi vettori di inquinamento e contaminazione delle menti e delle coscienze che sono gli strumenti di comunicazionie di massa asserviti ai signori della guerra.
E non dimenticheremo che non occorrono metafore per individuare quei luoghi, dove l’industria italiana produce e diffonde strumenti di morte e devastazione reali, armi di distruzione di massa questa volta nel senso letterale del termine: mine anti uomo, fucili, pistole, carri armati…
Questa è l’agenda, dello "stile" invece abbiamo in parte già detto: deve inceppare, erodere consenso, disvelare, mettere in imbarazzo, stupire, stravolgere, smscherare, ribaltare, essere efficace, essere comunicativo, essere riproducibile…
Ciascuno con i mezzi, il cuore, le intuizioni, la rabbia, le parole che sente più vicini.
Fermare la guerra si può, costruire un mondo nuovo e diverso è possibile
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